31.10.09

[RECE] - Dark Entries


Ci sono prodotti che vengono pensati e realizzati in modo perfetto. Dark Entries è uno di questi.

Constantine e il concetto di reality show sembrerebbero due elementi inconciliabili. Invece, Ian Rankin riesce ad utilizzare e gestire entrambi con una maestria che non può non essere apprezzata. Soprattutto per il ritmo. È proprio questo il cardine assoluto di tutta la storia. Una gestione molto attenta del senso del ritmo. La modalità in cui i personaggi vengono introdotti, il coinvolgimento di Constantine nella vicenda, l'ampliarsi della trama e le svolte che questa prende.
Di Rankin non avevo ancora, colpevolmente aggiungerei, letto nulla. Ma questa lettura ha sicuramente inserito il suo nome in cima alla lista degli autori i cui volumi sono da recuperare.

Werther Dell'Edera completa l'opera con il suo stile asciutto. Le tavole sono quasi sketchate, anche se molto ben definite e pulite. Essenziali, seppure senza tralasciare nulla. E Steph è splendida!!
Lo story telling è ineccepibile. La regia e le soluzioni che vengono adottate, soprattutto nella seconda parte della storia, si fondono con la storia incollando il lettore al volume. Viene voglia di sapere cosa succederà nella pagina successiva. E questa è esattamente la sensazione che spero sempre di poter trovare in qualsiasi storia, ma che raramente si incontra.

Il formato, poi, è stato una piacevolissima sorpresa. Il volume è quasi un bonellide, anche se leggermente meno largo, cartonato. Decisamente elegante.

15.10.09

Zeitnot

Pedine nere. Pedine bianche. Yin. Yang. Come nel tao, ad un certo punto, un elemento non potrà fare a meno di contenere l'altro. Ma l'equilibrio non esiste. Un colore vince la partita.

Certo, se l'ottica si sposta in un ambito più ampio, si dovrebbe considerare un gruppo considerevole di sfide. E, forse, l'equilibrio potrebbe essere ristabilito. Quante ne vogliamo contare? Diciassette? Duecentoundici? Quattromiladuecentodiciannove? No. Aspetta. Facciamo una scommessa. Consideriamo tutte, dico davvero tutte, le partite di scacchi che sono state giocate da quando il gioco è stato creato. C'è chi considera tante guerre e tante strategie come parte di queste sfide. Ma voglio semplificare la cosa. Pensiamo solo a quelle partite in cui due parti si sono messe dinanzi alla scacchiera. Un contendente con le bianche. L'altro con le nere.

Apertura. Cambio turno. Fino a quando qualcuno, uno, vince. Scommettiamo che l'equilibrio non esiste?
- non puoi provarlo.
Esatto. Bravo. E Tu, però, non puoi dimostrare il contrario.
- questo vuol dire essere in empasse.
Può darsi, ma ragiona. Sai anche Tu che non può esserci una perfetta corrispondenza tra le vincite dei due colori.
- lancia una moneta, e le probabilità ti dimostreranno lo stesso.
Appunto. Pur in mancanza di prove, vedi che stai abbracciando la mia tesi?
- volendo, Io posso fare che questo sia.
Naturale. Volendo, posso instillare sufficiente dubbio, perchè ciò non sia. O, semplicemente, che le cose cambino, perchè è la percezione delle stesse a modificarne il risultato.
- mi sfidi.
Sempre.
- hai pagato già un caro prezzo, la prima volta.
...
- ti ho tolto le parole?
No. Scacco matto.

13.10.09

Aramostra

Didacevi?
Damaciami?
Didarami?
Dodaciomi?
Dadaceri?
Dodadoci?

11.10.09

L'uomo che non conosce fine


La trasmissione alla tv era noiosa. L'uomo cercò pigramente il telecomando per cambiare canale. Desistette. Non aveva grachè voglia di premere inutilmente il pulsante di avanzamento, solo per ritrovarsi di fronte ad un diverso programma, ugualmente tediante quanto il primo.
La stanza era in ombra, eccezion fatta per la luminosità emessa dallo schermo. Il divano pareva il miglior posto al mondo. D'altra parte, non c'era alcuna buona ragione per muoversi da lì. C'era tutto ciò di cui aveva bisogno.

Passò ancora un'ora, prima che il telefono iniziasse a squillare. Quel trillo era sicuramente fastidioso. Ma mai quanto lo sarebbe stato il fatto di alzarsi, sollevare il ricevitore, ed iniziare qualsiasi dannato tipo di discussione con chiunque fosse il dannatissimo tizio che stava chiamando. L'uomo non si mosse dal divano, nè dalla posizione comoda che aveva assunto da un tempo che sembrava non aver nemmeno inizio.

Forse si era addormentato, o forse si era semplicemente perso così tanto nei suoi pensieri, da non riuscire a rendersi conto immediatamente che qualcuno, fuori, stava bussando alla porta di casa. Tutto questo baccano risultò irritante all'uomo. Fece un cenno verso l'entrata, o magari credette solo di averlo fatto. Dio, che fastidio quel bussare.

Era ancora sul divano. Potevano essere passate alcune ore. Forse erano giorni. Fossero stati anni, non avrebbe fatto alcuna differenza. L'uomo si trovava lì. Al centro del suo appartamento. Ma poteva essere il centro del nulla. Un battito di ciglia poteva essere eterno.
Fermare tutto un universo è davvero così semplice.
Basta. Semplicemente. Restare. Fermi.
Sempre.

7.10.09

Gloria

Fa freddo.
Siamo tanti bastoncini. Tutti ordinati in file, impilati nella sabbia. Restiamo fermi. Il peso del corpo oscilla da un piede all'altro, per bilanciare il torpore che assale comunque le gambe. Il sergente grida. Forse è l'unico a non sentire quanto bassa sia la temperatura. Non sento il naso. Le dita sono bianche.
Un giorno ci copriremo di onore, dice. Un giorno noi ci copriremo di gloria.

Fa freddo.
Siamo tanti bastoncini. Tanti, troppi sono rotti. Siamo tutti sparpagliati. Restiamo fermi. C'è silenzio ora. O forse non si sente più il suono, dopo l'ultimo boato che ci ha investiti. La neve mi ha sempre dato pace. Come quando si ha l'impressione che tutto sia al suo posto, e che anche quello che non lo è possa trovare il posto giusto in cui stare. Nessuno può darci ordini, ora. Chi dovrebbe comandare ora? No, chi comandava è ora uno dei bastoncini rotti. Scorgo alcuni compagni. La gerarchia impone che a dirigere ora sia... Ma che ne so.
La terra sporca la neve.
Ci sono altre cose che sporcano la neve.

Fa freddo.
Non lo sento più. Aspetto solo un ultimo soffio di vento. Sono fortunato. È delicato mentre mi accarezza la faccia. Mi da coraggio. La neve mi da pace. Un cenno della testa viene ricambiato dai bastoncini che sanno cosa intendo.
I soldati fanno una scelta.
Un giorno ci copriremo di gloria, ci veniva detto.

5.10.09

[RECE] - John Doe #77


Capita che ti trovi a leggere un albo che, per più di un motivo, rappresenta qualcosa di importante. JD 77 è:
- l'ultimo albo dell'omonima serie;
- è disegnato dall'amico Andrea Gadaldi;
- è un'ottima storia.

Sui motivi della chiusura, Rrobe ha già ampiamente spiegato le cose. C'è però da considerare che la storia è stata da lui stesso manipolata quanto possibile per, cito, "ideare un finale "ideologico" che di sicuro non terminerà la storia vera e propria ma che almeno sarà nel pieno stile del personaggio e cercherà di indisporre quanta più gente possibile".

Ed in questo è riuscito con una eleganza invidiabile. John è qui, ancor più di prima, alter ego dello scrittore. La questione è chiara. Ed il suo pensiero cristallino. Non lascia dubbi. E, come un signore, sceglie di lasciare il sipario con un inchino e con parole scelte con cura.

Gadaldi ha migliorato ed evoluto il suo stile, già caratteristico e riconoscibilissimo. Rispetto alla prova data in Gizmo, sua autoproduzione, dimostra una maturità nella gestione della tavola e dei personaggi, che si fonde ottimamente con le atmosfere della storia. E tra citazioni ed inside jokes, non perde l'occasione per proporre alcune soluzioni grafiche assolutamente eccezionali.

Infine, lo ribadisco, l'albo è ottimo.

2.10.09

La lacrima fu più veloce

Pioggia. Freddo. I tergicristalli sono diavoli. Sono uccelli spaventati attaccati da un filo al parabrezza, tesi nel tentativo frenetico di liberarsi. Corro, forse troppo. La strada è una lingua scivolosa, illuminata male dal riflesso dei lampioni che rimbalza sull'acqua che ricopre l'asfalto. Vorrei che le ruote fossero le mie mani, per strappare la terra mentre vortico sempre più veloce verso di te.

Che sciocco. Si pensa sempre che la propria forza sia superiore ad ogni altra cosa, quando a guidarci è un desiderio tanto forte da onnubilare ogni altra percezione. La fatica, il sudore dello sforzo, la tensione dei muscoli, il pulsare delle tempie al serrarsi della mascella. È svanita ogni cosa. Viaggio sui colori di una strada che non è più nient'altro che un flusso di sangue nel mio stesso corpo. Tu. Tu soltanto conti ora. Conta che io riesca a raggiungerti.

L'auto mi rallenta.
Non è vero. Ma sembra che non sia veloce a sufficienza. Sembra che quello che provo sia più potente di tutto. E che, se scendessi da questa scatola che slitta, potrei essere più veloce delle gocce di pioggia. Sarebbero perle che roteano nell'attimo che mi separa da te. Correrei. E non sentirei quell'osceno peso che si prova quando si sogna di farlo. Sentirei solo la forza di raggiungerti. Le gambe diventare saette. Non sentirei alcun dolore. Sarebbe solo il mio corpo a percepirlo. Non la mia mente. Non il mio spirito.

Non tollero il pensiero di non vederti più. Devo dirti...devo dirti così tante cose. Ti direi che... No. Corri. Non pensare a quello che diresti. Lascia stare ogni cosa. Raggiungi e basta. Il resto verrà dopo. Ci sarà tempo. Sarai arrivato. Accelera. Stringo i denti. Come se i pistoni fossero parte del mio corpo. Come se l'acceleratore non fosse altro che un enzima, un neurotrasmettitore che dice cosa fare alle mie gambe. Sto correndo. Ti sto raggiungendo. La velocità è meravigliosa. Sublime.

No. Vado troppo veloce. Più del pensiero. Il movimento non è quello che vorrei fosse. La strada curva. Io scivolo su una lacrima ghiacciata, e proseguo. Dritto.

No.
Addio.